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Associazione Romanini

Un taxi sfreccia per le strade intasate di Roma, direzione Stadio Olimpico. È mercoledì 11 maggio, c’è la finale di Coppa Italia tra Juventus e Inter.

Sul taxi c’è un ragazzo ucraino e il suo sogno di vedere i suoi idoli bianconeri dal vivo. Lui di partite ne ha già giocate tante, sia sul campo che nella vita, pur avendo solo 15 anni. È fuggito dalla guerra ed è arrivato, tramite i corridoi umanitari, al Bambin Gesù e poi da noi al Gemelli ART, per proseguire le sue cure.

La vita lo ha portato nella città dove la sua squadra del cuore sta per giocare una finale e nel posto in cui ci sono delle persone pronte a prendersi cura di tutti i suoi bisogni. Il primo regalo che abbiamo fatto a Roman è uno scudetto della Juve con le firme di tutti i calciatori. Il secondo è stato un po’ più difficile: trovare dei biglietti poco prima della partita e portarlo allo stadio per fargli vivere l’emozione della finale. Ma, si sa, i sogni sono più forti della realtà e, grazie all’aiuto di persone speciali, come il nostro amico Francesco Scognamiglio, che si sono adoperate per realizzare questo desiderio, abbiamo trovato un biglietto per lui e uno per la sua accompagnatrice speciale, la sua mamma. Ecco il taxi che arriva finalmente allo stadio poco prima del calcio d’inizio. Ed ecco Roman e il suo cuore pieno di gioia tra i 70.000 tifosi dell’Olimpico. Alla fine la Juve ha perso, ma Roman ha vinto: i suoi sorrisi e la sua emozione sono molto più importanti di un gol. E ha vinto anche la grande squadra Gemelli ART-OPBG che, con l’aiuto di Associazione Romanini e Fondazione Heal, ha reso possibile questa bellissima storia. Forza Roman, ora siamo noi a tifare per te.

Molti sono i pazienti, bambini e adulti, che al termine del ricovero o della terapia vogliono in qualche modo ringraziare il personale sanitario che si è preso cura di loro in un periodo difficile: e così questa gratitudine spontanea viene affidata a biglietti, disegni, poesie, lettere, quadri e molto altro ancora. Un anno fa, nel pieno della pandemia, questi “grazie” sono stati condivisi attraverso un progetto che ha coinvolto il personale della Radioterapia Oncologica del Policlinico Gemelli di Roma. E ora sono consultabili anche sul web.

Aprile 2020. Il Covid-19 si stava diffondendo in tutta Italia, il governo aveva decretato il lockdown generale, mentre ospedali e strutture sanitarie erano sotto pressione per l’arrivo di un gran numero di pazienti positivi al virus. In questo contesto di emergenza nasceva un’iniziativa, semplice quanto originale, per sostenere il duro lavoro di tutto il personale del centro di Radioterapia Oncologica (noto anche come Gemelli ART – Advanced Radiation Therapy) del Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Radioterapia Oncologica ed Ematologia della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma. L’idea fu proprio del direttore del Gemelli ART, il prof. Vicenzo Valentini, che volle creare una rubrica dedicata a tutto il personale, circa 140 tra sanitari e amministrativi, in cui condividere le tante testimonianze di gratitudine consegnate dai pazienti, piccoli e grandi, al personale sanitario. Nascono così i “Semi di Gratitudine”. E le foto di piccoli biglietti o lunghe lettere, poesie e disegni colorati diventano per tutto il personale un sollievo alle fatiche e allo stress di un periodo così duro sul fronte sanitario e anche un modo per trovare nuova forza e motivazione nello svolgere al meglio il proprio compito.

Storie di malattia e di gratitudine

Per un anno, questi piccoli “grazie” dei pazienti sono stati condivisi quotidianamente dal personale del Gemelli ART, nel rispetto della privacy, mentre medici e infermieri facevano a gara nel condividere con gli altri quanto avevano ricevuto come segno di gratitudine. Ad oggi, sono quasi ottanta i “Semi di Gratitudine” raccolti, che continuano ad essere diffusi sulla chat interna del personale del reparto, ma che ora possono anche essere consultati online da chiunque in uno speciale volume sfogliabile. “I bambini ce lo insegnano, nei momenti duri sono importanti le carezze”, ha scritto il prof. Valentini nell’introduzione del volume. “Carezze che tante volte abbiamo ricevuto o riceviamo dai nostri pazienti. Carezze che a volte hanno la durata di sguardi, istanti, frammenti che fuggono via veloci come un respiro. Così vorremmo raccogliere in questo ‘luogo’ messaggi, immagini, volti, musiche, parole… Memorie, tracce di doni ricevuti e che desideriamo donarci nuovamente tra noi”. La raccolta, la selezione e la pubblicazione di queste testimonianze di gratitudine è stata curata in questi mesi da un gruppo di lavoro formato da due medici del Gemelli ART, Silvia Chiesa e Elisabetta Lepre, e dalla psicologa, Elisa Marconi. Il primo “seme”, risale all’aprile del 2020 per introdurre questa iniziativa: raffigura lo straordinario mosaico della Vergine Maria con in braccio Gesù Bambino, realizzato dal Centro Aletti di Roma e collocato all’ingresso del Gemelli ART. Sempre dell’aprile dello scorso anno è il secondo “seme”, stavolta scritto da una piccola paziente di nome Aurora. Si tratta di poche parole su un foglio a righe: “Insieme abbiamo sconfitto un mostro gigante, che si chiama paura”.

Al centro la visione del paziente

Ogni “seme” rappresenta una persona, la sua storia, la difficile lotta contro la malattia, e mette anche al centro la sua visione, le emozioni che ha vissuto in ospedale, aiutando così gli operatori sanitari ad orientare meglio la loro opera. “Quel periodo dell’aprile 2020 era caratterizzato da grande ansia e timore per il pericolo del contagio, di trasmetterci a vicenda l’infezione”, racconta la dott.ssa Elisa Marconi, psicologa e psicoterapeuta al Gemelli ART. “La paura faceva parte di noi, accompagnava le nostre giornate in reparto, gli incontri con i pazienti. E quelle semplici parole di Aurora sull’affrontare ‘insieme’ e sconfiggere la paura avevano allora, e anche oggi, un senso profondo per tutti noi”. Molti del Gemelli ART hanno ricevuto dei piccoli “regali” da parte dei pazienti, tanti naturalmente dai bambini. “In un periodo in cui non ci si poteva neanche toccare a causa della pandemia, i bambini sostituivano il contatto con degli oggetti, dei doni”, spiega la dott.ssa Marconi. “Tanti preziosi ricordi come quello di una bambina che mi ha portato un biscotto fatto da lei con scritto ‘dottoressa dolce’ e un altro bambino che mi ha voluto regalare un cuore colorato con le sue dita. Altri momenti belli sono quelli della condivisione, quando magari un paziente alla fine della terapia ci tiene a ringraziarci con qualcosa di goloso proveniente dalla propria terra, donarci un istante di leggerezza e di gioia e restituire, in questo modo semplice e familiare, ciò che ha ricevuto”. Il progetto sui “Semi di gratitudine” è diventato anche un lavoro di ricerca, che è stato pubblicato sulla rivista scientifica internazionale “tipsRO” (Technical Innovations and Patient Support in Radiation Oncology).

L’importanza dell’accoglienza

Spesso questi “Semi di Gratitudine” sono il modo per il paziente di ringraziare per l’accoglienza ricevuta, per l’ascolto, per la condivisione, oltre naturalmente che per le cure e l’assistenza. Ma sono anche un indicatore prezioso per gli operatori sanitari, che possono così perfezionare l’organizzazione e la gestione del paziente sulla base dei suoi stessi pensieri ed emozioni. “Lavoriamo molto sull’accoglienza, affinché i pazienti si sentano a loro agio, compresi e sicuri nelle loro necessità, e i segnali che loro ci restituiscono con questi piccoli ‘grazie’ ci consentono di capire che stiamo lavorando nella direzione giusta o ci indicano dove migliorare”, sottolinea la dott.ssa Silvia Chiesa, medico radioterapista oncologo al Gemelli ART. “Sono gli stessi pazienti, con il loro linguaggio, a sottolinearci cosa significa accoglienza: un sorriso, uno sguardo, essere ascoltati, la professionalità, la disponibilità, anche la flessibilità. Le loro risposte positive ci aiutano a mettere in luce e a migliorare quegli aspetti del nostro approccio e della nostra organizzazione che hanno una buona ricaduta  sui pazienti”. Anche la dott.ssa Chiesa ha i suoi ricordi personali: “Succede spesso che le giornate in ambulatorio sono frenetiche, si deve correre, completare le visite. E i pazienti attendono tanto in sala d’attesa, sono nervosi, tesi. Ma spesso mi è capitato che, quando arriva il loro turno, si sentono presi in cura, sanno che siamo lì, che li ascoltiamo nei loro bisogni. E lo dicono con semplicità: Grazie per avermi ascoltato”.

Imparare la gratitudine dai pazienti

Non sono solo i pazienti a “ricevere” dagli operatori sanitari, ma anche  questi ultimi fanno esperienze personali importanti che vanno anche al di là dell’aspetto prettamente medico e professionale. “Con questa esperienza, ho scoperto che la gratitudine è uno strumento utile e bello sia per chi la riceve che per chi la esprime, ed io stessa ho imparato ad essere grata ricevendo tutta questa gratitudine”, racconta la dott.ssa Elisabetta Lepre, medico in formazione specialistica in radioterapia oncologica al Gemelli ART. “È stato a tratti commovente entrare nella vita delle persone, in aspetti così intimi e personali. Si corre sempre dietro alle tecnologie, rischiando di perdere la parte umana del rapporto medico-paziente: invece focalizzarmi sull’umanità delle persone mi ha aiutato a non sottovalutare questo aspetto, che reputo fondamentale”. Per i medici, l’incontro con i pazienti in ambulatorio è un momento molto importante per entrare in sintonia: “Da oltre un anno, tutti siamo costretti a portare la mascherina, che mette inevitabilmente in risalto lo sguardo”, ricorda la dott.ssa Lepre. “Al termine di una visita in ambulatorio, un paziente mi ha detto: ‘Grazie per questo sguardo che mi ha donato ’. A dire il vero, mi sono imbarazzata subito… ma è stato molto bello. I pazienti sono grati anche di piccoli segnali di accoglienza. Magari dovranno ricevere una brutta notizia circa la malattia, ma sono certi di essere seguiti e tenuti per mano”.

Per la XX Giornata del Sollievo

La scienza ci dice che la composizione delle lacrime, la composizione del film lacrimale, varia a seconda dell’emozione che ha provocato la lacrima. Il cervello istantaneamente compone la struttura della lacrima corrispondente all’emozione che è stata tracciata, cioè in questa luce che cade dagli occhi, come dice nella sua canzone Elisa delle lacrime, è iscritta l’emozione che il soggetto, l’intero sé ha sentito.

Inoltre, se una persona si commuove per ciò che vive il personaggio di un film, la sua lacrima assume la composizione della stessa emozione del personaggio, dimostrando che l’empatia non è una realtà solo filosofica: la connessione che sento con quello che vivi modifica il mio fisico e ha evidenza scientifica[1].

Il 26 maggio papa Francesco all’Udienza Generale, ha incontrato una donna polacca, sopravvissuta ad Auschwitz; lei gli ha mostrato il braccio con il numero della sua deportazione nel campo di concentramento. Papa Francesco l’ha guardata per qualche istante. Poi si è chinato e le ha baciato quel numero le ricorda quotidianamente un così grande dolore e orrore vissuto. “Il bacio del Santo Padre mi ha rafforzato e riconciliato con il mondo”.

Il potere di guarigione di un gesto, un’azione da corpo a corpo. Un bacio che dice la sacralità di un così grande dolore, ma quel bacio ha agito sul cuore della donna e ha attraversato 76 anni di memoria.

Le lacrime, un bacio sono esempi che dicono che siamo tutt’uno. Distinguiamo corpo, spirito, psiche, ma lo facciamo per cultura e per didattica, è però bene recuperare sempre l’Unità che siamo, altrimenti viviamo a metà, o in maniera dissociata. Anche perché altrimenti non si comprende il mistero dell’Incarnazione: Dio in Gesù si fa carne, non “si mette un vestito di carne”, ha assunto tutto del corpo e ogni sua cellula era pervasa dalla Vita Trinitaria, tanto che bastava anche solo toccare il lembo del mantello per guarire. Il Papa ci ricorda che “le guarigioni operate da Gesù non sono mai gesti magici, ma sempre il frutto di un incontro, di una relazione interpersonale, in cui al dono di Dio, offerto da Gesù, corrisponde la fede di chi lo accoglie”[2]. E noi siamo creati a sua immagine e somiglianza, siamo chiamati a coltivare l’interiorità buona che ci ha già donato, perché ciò che esce da noi sia bene per gli altri: le nostre parole, i nostri gesti, il nostro tocco, tutto può espandere il Bene.

Il tocco, per me fisioterapista è parte fondamentale del mio lavoro, considerare che, quando prendo tra le mie mani una parte del corpo del paziente, prendo tutta la persona cambia il mio tocco; se lo faccio in maniera sbadata dico: tu non sei importante; se lo faccio bruscamente dico: tu mi sei di peso, sei un peso; se nemmeno ti tocco o non ti guardo negli occhi ti dico: tu sei nessuno. È già brutto subirlo nella quotidianità, nella malattia fa ancora più male. Non succede sempre e non la maggior parte del personale, ma accade, e i pazienti mi dicono che questi sono atteggiamenti che feriscono e disorientano; accade per fretta, perdita di passione, urgenze varie e non ci si accorge più che si mandano messaggi contrari alla cura della persona. Il corpo non mente, occorre curare il cuore, sapendo che tutti desideriamo non solo fare il bene del paziente, ma anche essere un bene.

Tornando al tocco, sono sempre stata convinta che il contatto fosse necessario, come interscambio, dare e ricevere grazie al contatto fisico. Ho avuto la fortuna di lavorare diverse settimane nei reparti Covid delle Columbus e lì nemmeno un millimetro della mia pelle era esposto e portavo addirittura tre paia di guanti. Eppure quanto è passato! Quanto ho ricevuto da quei contatti, dal tenere la mano, dal mantenere il contatto fisico. Cercavo anche di mantenerlo più del solito, come tenere la mano su una gamba anche se passavo dall’altra parte del letto. In quella solitudine dell’isolamento totale, vissuto per di più nella paura di morire, nell’ansia per la propria famiglia, nelle mille domande… era un modo per dire: “Ci sei, sei importante”.

La malattia ti fa percepire il corpo come un ostacolo, se non un nemico, perché vorresti vivere, fare tante cose, ma il tuo corpo non risponde come vorresti, ti sembra di non riconoscerlo più; io non ho tante parole da dire, ma con il mio modo di toccarti forse posso darti sollievo perché ti dico che sei prezioso ai miei occhi e a quelli di Dio, “tu sei prezioso ai miei occhi, perché sei degno di stima e io ti amo (Is 43,4)… Ecco, sulle palme delle mie mani ti ho disegnato (Is 49, 16)… sulle MANI (lo dice la Bibbia), sul suo corpo siamo disegnati! E in questa disposizione d’animo mi accorgo più facilmente di quanto tu stia dando a me, allora domani lo vedrai che sarò contenta di venire da te, spontaneamente, che non sarà solo un lavoro il mio, ma un incontro. Sono cose di cui facciamo esperienza tutti. Per noi ancora più importante perché so che lì c’è Gesù che si identifica nei malati e me lo conferma questa Vita che si muove tra me e te che sei ammalato e forse anche tu ti accorgerai che il Signore davvero si prende cura di te e lo fa attraverso tutti gli operatori sanitari che ti ha posto accanto. Questo è il vero sollievo. Gesù dice: “Venite a me voi tutti che siete affaticati ed oppressi e io vi ristorerò” (Mt 11,28).

Il servizio anche nei nostri ambiti si fa sempre più complicato, a volte frustrante, si corre tanto, si rischia di stare davanti a un video più che davanti a un paziente, veniamo al lavoro con il peso dei problemi che viviamo fuori. Perciò anche noi tutti abbiamo bisogno di sollievo, prendiamoci cura l’uno dell’altro! Coltiviamo la certezza che tutti sono un dono anche i colleghi con cui non andiamo d’accordo; facciamoci un po’ carico delle fatiche e dolori dell’altro, non rimaniamo indifferenti ai colleghi! Non ci toglierà energia, anzi si moltiplicherà e i nostri gesti, le nostre parole, il nostro tocco trasmetteranno anche tutto questo bene che ci scambiamo tra noi che qui lavoriamo.

Non è illusione, non è favola, è l’unica Strada.

Sr. Chiara

[1] Daniela Lucangeli – Corso “La teologia alla prova del Covid-19. Dialoghi con la Scienza”

[2] Papa Francesco – Messaggio del Santo Padre Francesco per la XXIX Giornata Mondiale Del Malato

Prosegue la gara di solidarietà per raccogliere i fondi necessari alla realizzazione della nuova stanza multimediale presso il Reparto di Radioterapia Oncologica del Policlinico Gemelli di Roma: vi saranno ricoverati adulti e bambini che debbano affrontare un periodo di isolamento per la radioterapia metabolica, consentendo loro di restare in contatto con familiari e amici.

Contribuisci anche tu a sostenere il progetto “Cometa”: https://associazioneromanini.org/donations/cometa/

Continuano le donazioni per il progetto “Cometa”, che ha lo scopo di fornire un prezioso supporto ai pazienti che debbano affrontare l’isolamento dovuto alla radioterapia metabolica. Un’iniziativa avviata nell’ambito di una collaborazione tra il centro di Radioterapia Oncologica (noto anche come Gemelli ART – Advanced Radiation Therapy) del Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Radioterapia Oncologica ed Ematologia della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma, diretto dal prof. Vincenzo Valentini, e l’Associazione Attilio Romanini. La radioterapia metabolica prevede infatti la somministrazione di sostanze radioattive per la cura selettiva di specifiche neoplasie e costringe i pazienti a restare isolati in una stanza speciale anche per diversi giorni a causa di problematiche radio-protezionistiche. Un isolamento che, se è già pesante per un adulto, lo è ancor di più per un bambino o un ragazzo.

Una “Cometa” per restare in contatto

Il progetto “Cometa” (sigla di “COnnessione in METAbolica”) prevede che questa stanza di degenza venga allestita con speciali apparecchiature multimediali – come pc all-in-one, smart tv, tablet, stampante 3D, plotter verticale e microproiettori – che consentano ai piccoli pazienti di mantenere un contatto diretto con le proprie famiglie, gli amici e i compagni di scuola. Parallelamente le mamme o i papà di bambini piccoli, costretti a rimanere a distanza dai propri cari, potranno interagire con i propri figli limitando così il disagio della lontananza. Questa stanza sarà anche abbellita con un grande affresco del maestro Antonio Nunziante, uno dei maggiori pittori italiani, raffigurante appunto una cometa con la sua lunga coda nello spazio siderale.

Tante donazioni da tutta l’Italia

Numerosi sono i donatori che, in questi ultimi mesi, hanno voluto sostenere economicamente il progetto “Cometa”. Tra tutti coloro che hanno voluto donare cifre di particolare entità, alcuni hanno voluto anche inviare all’Associazione Romanini anche la loro foto in segno di simpatia e partecipazione all’iniziativa: in particolare Roberto e Antonella Mataloni, una coppia di coniugi di San Benedetto del Tronto (Ascoli Piceno), e anche Roberta Tovazzi che ha organizzato una raccolta di offerte insieme ad altre mamme di Volano (Trento). Anche a loro è stata inviata un’opera del maestro Nunziante che ritrae in piccolo la stessa cometa che abbellirà la stanza del Gemelli ART: si tratta di una stampa artistica ad alta risoluzione (formato 15×10 cm), ritoccata a mano, numerata e autografata dall’artista. Questi quadri hanno un’elegante cornice in plexiglass a forma di parallelepipedo e riportano anche il logo dell’Archivio Nunziante e il certificato di autenticità. I primi dieci quadri, insieme ad una dedica personalizzata dell’autore, sono destinati a coloro che avranno donato più di 500 euro. Le altre venticinque opere saranno invece consegnate a coloro che doneranno più di 100 euro. La raccolta fondi per il progetto “Cometa” intanto continua: c’è ancora la possibilità di donare e manca poco al raggiungimento dell’obiettivo.

Contribuisci anche tu a sostenere il progetto “Cometa”: https://associazioneromanini.org/donations/cometa/.

L’iniziativa ha lo scopo di allestire una stanza “tecnologica” per le degenze della radioterapia metabolica presso il Reparto di Radioterapia Oncologica del Policlinico Gemelli di Roma. Consentirà ai piccoli pazienti di mantenere il contatto con familiari e amici durante il periodo di isolamento, come anche ai genitori ricoverati con i propri figli piccoli.

Contribuisci anche tu a sostenere il progetto “Cometa”

Prosegue la raccolta fondi per la realizzazione del progetto “Cometa” (sigla di “COnnessione in METAbolica”), avviata nell’ambito di una collaborazione tra il centro di Radioterapia Oncologica (noto anche come Gemelli ART – Advanced Radiation Therapy) del Dipartimento di Diagnostica per Immagini, Radioterapia Oncologica ed Ematologia della Fondazione Policlinico Universitario A. Gemelli IRCCS di Roma, diretto dal prof. Vincenzo Valentini, e l’Associazione Attilio Romanini. Lo scopo di questo progetto è di utilizzare innovative tecnologie multimediali per consentire ai piccoli pazienti di mantenere un contatto diretto con le proprie famiglie, gli amici e i compagni di scuola. Parallelamente le mamme o i papà di bambini piccoli, costretti a rimanere a distanza dai propri cari, potranno interagire con i propri figli collegandosi da un ambiente speciale limitando così il disagio della lontananza. La radioterapia metabolica, che prevede la somministrazione al paziente di sostanze radioattive per la cura selettiva di specifiche neoplasie, costringe infatti i pazienti a restare isolati in una stanza speciale anche per diversi giorni a causa di problematiche radio-protezionistiche. Un isolamento che, se è già pesante per un adulto, lo è ancor di più per un bambino o un ragazzo.

Una “cometa” per i donatori

La stanza destinata alle degenze della radioterapia metabolica sarà abbellita con un affresco del maestro Antonio Nunziante, uno dei maggiori pittori italiani. In una parte di questa stanza, infatti, Nunziante realizzerà un’opera intitolata appunto “Cometa”, che mostrerà questo straordinario corpo celeste e la sua lunga coda nel suo misterioso viaggio nello spazio siderale. La stessa immagine pittorica è già protagonista di un prezioso ricordo: sono state infatti realizzate 35 piccole stampe artistiche ad alta risoluzione (formato 15×10 cm), ritoccate a mano e autografate dall’artista, che saranno consegnate ai maggiori donatori del progetto “Cometa” fino ad esaurimento. Questi quadri hanno un’elegante cornice in plexiglass a forma di parallelepipedo e riportano il logo dell’Archivio Nunziante, il numero dell’esemplare e il certificato di autenticità. I primi dieci, insieme ad una dedica personalizzata dell’autore, sono destinati a coloro che avranno donato più di 500 euro. Le altre venticinque opere saranno invece consegnate a coloro che doneranno più di 100 euro. Al momento, sono ancora disponibili alcuni quadri.

La stanza di degenza multimediale

La stanza “Cometa” sarà dotata di 2 letti, utilizzabili da un bambino con un parente adulto accompagnatore, oppure da due pazienti adulti dello stesso sesso. La stanza è interamente allestita per garantire le norme radio-protezionistiche e, quindi, per limitare la possibilità di irradiazione e contaminazione del personale. L’obiettivo della raccolta fondi promossa dall’Associazione Attilio Romanini è di dotare questa stanza di una serie di apparecchiature multimediali, che potranno essere utilizzate dai pazienti per mantenere un contatto diretto e personale con l’esterno.

In particolare, il progetto prevede l’acquisto di due pc all-in-one, con touch screen e collegamento a internet, che consentiranno ai singoli pazienti di scrivere mail, ascoltare musica, vedere film e video, oltre ad avere un’area di interscambio con l’esterno e a conservare tutti i file in proprie cartelle. Si vorrebbe poi acquistare un grande smart tv da 50”, con la quale i pazienti potranno vedere programmi televisivi o contenuti online, oltre a potersi connettere con dispositivi come una playstation o con i propri device portatili. Inoltre, è prevista anche l’acquisizione di due tablet collegati con due stampanti 3D wifi collocate all’esterno della stanza di degenza per organizzare laboratori creativi, un plotter verticale, microproiettori multimediali e penne per disegni in 3D.

Contribuisci anche tu a sostenere il progetto “Cometa”

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