L’ambiente di cura che fa la differenza

L’innovazione tecnologica, l’affacciarsi di terapie di cura maggiormente personalizzate e  i programmi di screening consentono diagnosi precoce e incrementano la risoluzione della patologia tumorale. Ma a tutt’oggi vengono diagnosticati circa 1.000 nuovi casi di cancro al giorno i quali richiedono non solo terapie all’avanguardia ma anche una cura della persona nella sua integralità. Il prof Valentini, Direttore del Gemelli ART, intervistato nella trasmissione “A conti fatti” racconta a Gabriele Renzi le buone prassi del polo Radioterapico del Policlinico Gemelli.

A seguire l’intervista al professor Valentini:

Tumore è una delle parole che più fa paura a pronunciarla. Sono stati fatti passi in avanti per la cura di queste patologie pur nella grande varietà delle stesse?
Sicuramente. Per molte patologie è proprio cambiata la prognosi per cui da malattie inesorabili sono diventate malattie curabili, guaribili nella grande maggioranza.
La malattia tumorale è subdola e non da dei segni precoci per cui rimane sempre un gruppo di malattie che si presentano in fase purtroppo avanzata e lì la medicina attuale è riuscita almeno a prolungare la quantità di vita e anche a migliorarne la qualità.
In Italia ogni giorno a mille persone viene diagnosticato un tumore; sono veramente tante persone, ma c’è oggi molta più possibilità di cura.

Sul finire dello scorso anno il Policlinico Gemelli ha inaugurato un nuovo centro di Radioterapia di cui lei è direttore. Quali le innovazioni principali?
Si è puntato molto ad offrire a tutti i pazienti una radioterapia di alta precisione dotando tutte le apparecchiature di una diagnostica collegata all’apparecchiatura di terapia stessa. Per quattro macchine c’è una tomografia computerizzata, quindi una TAC, che ogni giorno consente di verificare che la malattia sia posizionata nel posto migliore per poter essere distrutta e una macchina in particolare è invece dotata di una risonanza magnetica.
È una delle poche macchine al mondo, la prima in Italia, che consente non solo durante il posizionamento, ma anche durante l’esecuzione della terapia di avere a disposizione quattro immagini al secondo e quindi di conoscere con estrema precisione dove siamo e dove possiamo andare a colpire la malattia evitando tutti i tessuti sani limitrofi.

Avete investito molto anche sull’ambiente di cura. Quanto conta per un paziente oncologico?
Il centro non è solo legato all’alta precisione della radioterapia che ha contribuito alla guarigione di moltissimi pazienti, ma è anche dedicato all’accoglienza del paziente perchè la tristezza e la paura che affliggono i malati e i loro familiari richiedono un’attenzione particolare.
Quest’attenzione passa attraverso un’accoglienza che non è solo relazionale, ma anche ambientale.
Oltre ad offrire al paziente la possibilità di comunicare con noi in vari modi, abbiamo ad esempio delle app sul telefonino che mettono il paziente in connessione con il centro cui può comunicare una valutazione giornaliera delle condizioni di salute, c’è anche un’attenzione architettonica per cui si cerca di utilizzare la bellezza come un’opportunità per aiutare le persone a non essere piegati solo su se stessi, ma a sviluppare una relazione con il contesto terapeutico.
Abbiamo voluto usare la bellezza artistica di Roma. Le nostre sale di terapia vengono comunemente chiamate bunker con tutto quello che di negativo c’è associato a questa parola, il sotterraneo, il buio, un luogo in cui si entra per sottoporsi ad un trattamento su un lettino. 
Abbiamo trasformato questi bunker in luoghi di Roma quindi un paziente entra nel giardino degli aranci sull’Aventino, entra nell’arena del Colosseo dove è invitato ad essere un gladiatore che combatte, entra a Villa Adriana.
Per i bambini abbiamo costruito una favola, abbiamo dipinto un acquario attraversato il quale si entra nella sala di terapia che è un grande sottomarino di cui il bambino viene invitato ad essere il capitano. Da sempre l’umanità usa le favole per avvicinare i bambini a quella che è la paura, la sofferenza, la morte, la cattiveria, e la favola può essere utilizzata per poter aiutare il bambino a stare da solo e a stare fermo tranquillo in un contesto che non può essere familiare se non è parte di una favola. Se pensiamo al film di Benigni “La vita è bella” abbiamo un esempio di come anche dei luoghi tragici possano esse trasformati in un gioco e questo funziona molto, i bambini sono partecipi e i familiari molto sereni.
Tutta questa progettualità non è stata costruita e sostenuta dall’amministrazione, non perché non l’avrebbe fatta o voluta fare, ma perché  abbiamo chiesto che potesse essere realizzata attraverso il dono di tante persone ai pazienti che sono in trattamento nel nostro centro. Sala di terapia per sala di terapia abbiamo voluto fare una raccolta fondi e negli ultimi quattro anni abbiamo avuto un grande successo, siamo partiti raccogliendo qualche decina di migliaia di euro fino all’ultima raccolta dove abbiamo fatto oltre di 70mila euro perché le persone capiscono e vogliono essere vicine a chi attraversa un momento di grande paura e di grande solitudine.

Umanamente e certamente una cosa molto bella. Tutto questo porta dei benefici anche dal punto di vista terapeutico?
Ci sono dati sempre più consistenti che mostrano che il coinvolgimento, l’atteggiamento positivo e il vivere durante le terapie delle dimensioni emotive/relazionali positive hanno un impatto notevole nel successo delle terapie che si devono affrontare,.
Nelle nostre sale i pazienti possono ascoltare la loro musica grazie agli smartphone e ci sono dati che dicono che quando questo viene fatto nei day hospital di chemioterapia il paziente ha meno tossicità.
Nel nostro centro abbiamo inotre implementato attività di medicina complementare, dall’agopuntura a dei supporti con stimolazioni o massaggi, tutta una serie di iniziative che, abbinate ovviamente all’alimentazione, facendo recuperare il valore del corpo e la positività del corpo, fanno si che questo reagisca meglio quando è sottoposto all’aggressione di un tumore e alle terapie che lo vanno a contrastare e a distruggere. L’ambiente di cura e la progettualità costituiscono un’alleanza terapeutica estremamente efficace che si può offrire al paziente che rinuncia di essere  passivo e si mette in gioco per contrastare la malattia.

Lo scorso anno oltre 46mila persone malate di tumore, provenienti da tutte le regioni italiane, hanno scelto di curarsi al Gemelli. Spostarsi di città per curarsi comporta un grande sacrificio sia in termini economici che a livello di stress. In quali condizioni il gioco vale la candela, se posso usare questa espressione?
Ci sono due situazioni alle quali dobbiamo dare una risposta: la prima è che l’organizzazione sanitaria in Italia, che pur nel suo complesso molto buona, non è sempre presente capillarmente in tutte le regioni ai livelli di massima offerta terapeutica, sia come tecnologie che come organizzazione multidisciplinare quindi spesso i pareri sono di singoli colleghi che magari hanno a disposizione una sola tecnologia per cui c’è la tendenza ad utilizzarla, a volte anche in maniera eccessiva.
Le persone percepiscono che quel parere è dato da un singolo specialista che pratica solo una certa disciplina e che è solitario nel luogo terapeutico e c’è quindi l’esigenza di avere un parere multidisciplinare in luoghi dove sono presenti le migliori tecnologie tutte insieme.
Questo è spesso un motore che spinge le persone a chiedere e a trasferirsi nei centri che possono offrire tutte le tecnologie organizzate in una maniera multidisciplinare.
Ci sono dati molto precisi anche se non numerosissimi che dimostrano che se un paziente è gestito da un gruppo multidisciplinare in un centro dove sono presenti tutte le terapie ci sono maggiori probabilità di guarigione rispetto a chi viene seguito da singoli specialisti isolati.
C’è poi una seconda situazione che purtroppo, anche se noi guariamo tantissimi pazienti, c’è chi inesorabilmente dovrà affrontare il tramonto della propria a causa della malattia. In questa fase nasce nel paziente e nei familiari l’esigenza di chiedersi e di domandarsi se è stato fatto tutto ed è quindi è molto comprensibile che si vada ad acquisire un secondo parere perché non rimproverarsi poi di non aver tutto quello che si poteva fare.
I centri che per volumi di attività e per qualifica del personale hanno acquisito una credibilità maggiore a livello nazionale sono ovviamente interpellati per avere questa seconda opinione che spesso è purtroppo confermatoria di uno scenario triste, ma che almeno conforta i pazienti che tutto quello che si doveva fare è stato fatto ed è stato fatto bene anche vicino a casa.

(fonte: Economia Cristiana.it)

E’ possibile anche scaricare e ascoltare l’intervista al prof Valentini al seguente link:

VALENTINI

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