Lettura su “La Tenerezza di Dio”

Giovedì 13 dicembre si è svolto, presso l’aula Forum un incontro incentrato sul mosaico “La Tenerezza di Dio” che accoglie i nostri pazienti all’ingresso del reparto.

L’incontro si è focalizzato, attraverso le parole della Dott.ssa Laura Ferrari, docente di lingua russa, sullo studio dell’iconografia ispiratrice dell’emozionante mosaico di Rupnik.

A seguire in quest’area potrete visionare il materiale che è stato generosamente condivisio con noi, testo, slide e video dell’evento.

 

La Tenerezza di Dio

Una lettura sul mosaico di Rupnik – Dalla Smart city a Dostoevskij

“Vorrei partire con questa immagine, che raffigura un uomo, che dorme davanti alla porta di una chiesa. La fotografia è stata scattata in una capitale europea ed è diventata l’immagine della locandina di un convegno sulla smart city organizzato qualche anno fa dall’Alta Scuola per l’Ambiente dell’Università Cattolica di Brescia. Commentando questa immagine un filosofo e teologo ucraino, Aleksandr Filonenko, disse che, estremizzando un po’, la società in cui viviamo ha raggiunto un livello di sviluppo tale da far sentire in qualche modo quest’uomo al sicuro davanti alle porte di questa chiesa. Nella società in cui viviamo infatti spesso si pensa alla smart city come città sviluppata e tecnologica, orientata alla sicurezza, in cui tutto è volto alla prevenzione di rischi e minacce. Una città in cui si può persino dormire per la strada senza particolari timori… Riprendendo il sociologo tedesco Ulrich Beck, il Prof. Filonenko sostiene che una società orientata primariamente alla sicurezza è una società che si difende, poiché sentendosi minacciata, ha paura di perdere qualcosa. Questo approccio di difesa, molto diffuso nella società in cui viviamo, però rischia di farci perdere la capacità di vedere gli eventi della realtà come sfide che ci chiamano ad una risposta e ad una responsabilità. Così, non percepiamo le persone e le cose che incontriamo come occasione di conoscenza e di scoperta, ma come qualcosa da cui proteggere noi stessi. Tornando all’immagine proiettata, non ci fa nessun problema vedere un uomo che dorme per la strada, ci sembra quasi normale…ma quante volte -come chiede Papa Francesco- ci fermiamo a guardare negli occhi un uomo così?

Sentiamo cosa dice Dostoevskij a proposito.

“Un vagabondo non mangia e non beve per settimane. Dorme al freddo e sa che qualunque uomo libero, chiunque non sia un vagabondo, lo guarderà e lo catturerà come se fosse un animale selvatico: lo sa, e tuttavia scappa dal caldo e dal pane della prigione” perché “il pane si mangia per vivere, ma se la vita non c’è! Non c’è la cosa vera, quella essenziale, principale…

Dostoevskij ci dice: un vagabondo potrebbe starsene tranquillo in prigione dove ha almeno il necessario per sopravvivere. Ma c’è qualcosa che tutti cerchiamo, questa cosa vera ed essenziale che non ci permette di accontentarci della mera sopravvivenza. Tuttavia, Dostoevskij precisa che senza questa cosa “vera ed essenziale”, non potremmo accontentarci nemmeno nel posto più bello e perfetto del mondo. Continua infatti il suo testo così: “Provate a costruire un palazzo. Metteteci dei marmi, dei quadri, dell’oro, degli uccelli del paradiso, un po’ di tutto… ed entrateci. Forse non ne uscireste mai […] c’è tutto, lì dentro!” Ma poi, se ci dicessero che dal quel palazzo non possiamo più uscire, ci sentiremmo in prigione e non potremmo vivere tranquilli, ci metteremmo alla ricerca di qualcosa, di un quid in più che ci è necessario.

Paradossalmente, nella nostra società odierna, che proclama il valore della diversità, si è persa la capacità di stare di fronte all’altro (o alla realtà) come dono, che possa cambiare noi che lo incontriamo. E questo in qualche modo ci impoverisce, ci fa perdere delle opportunità di scoprire il nostro vero volto nell’incontro con l’altro. In russo esiste una parola, lik (лик), che indica il volto, ma anche allo stesso tempo il riunirsi insieme di tante persone, come in un coro. E il concetto di likovanie (ликование, che indica una gioia profonda, vera, di quando si è davvero se stessi) è legato ad un’intuizione molto profonda della teologia ortodossa sull’idea di identità. Non è possibile vedere il proprio volto da soli, soltanto attraverso la conoscenza di se’. Ma se io incontro un altro e questo incontro è vero, sincero, vivo una gioia così profonda -likovanie- che si rifletterà nel mio volto. Così, l’altra persona, guardandomi, vedrà attuarsi un cambiamento nel mio volto esteriore e attraverso la superficie potrà vedere ciò che c’è in profondità, il mio volto vero, lik. Ciò significa che il nostro vero volto possiamo vederlo, noi e gli altri, a condizione che avvenga un incontro vero, nel quale si realizza una gioia comune.

Passiamo adesso ad un’immagine proveniente da un contesto completamente diverso.

Questa donna si chiama Rose Busingye ed è un’infermiera che nel ’93 ha fondato in Uganda il Meeting Point Kampala Association, un centro che si occupa di donne malate di AIDS. Quando racconta la sua esperienza lavorativa Rose spiega che inizialmente procurava le medicine per le sue pazienti, ma ad un certo punto si rendeva conto che loro non volevano prenderle. Si rifiutavano di curarsi perché avevano perso la speranza, non avevano un senso per vivere. Così ha cambiato il suo modo di guardarle, non più solo come pazienti ma come persone. Queste donne piano piano hanno scoperto di avere un valore e hanno cominciato a curarsi. Hanno sperimentato una tale stima e un tale amore nei loro confronti che hanno ricominciato a voler vivere, donandosi a loro volta.

Prima spaccavano pietre per ricavarne ghiaia da rivendere per qualche dollaro al giorno, poi Rose ha cominciato ad insegnare loro l’accoglienza e le basi per la corretta nutrizione, è stato avviato un corso di alfabetizzazione e oggi creano delle bellissime collane in carta riciclata che vendono in tutto il mondo per sostenersi.

All’epoca dello Tsunami nel sud-est asiatico e dopo il passaggio dell’uragano Katrina negli Stati Uniti, hanno lavorato spaccano le pietre nelle cave per raccogliere soldi da destinare alle vittime di quei disastri naturali. Agli abitanti di New Orleans hanno donato 1000 dollari, e per questo sono state premiate da parte della New York Women’s Foundation.

Queste donne sono un esempio di come anche nelle condizioni più estreme, avendo ricevuto uno sguardo di tenerezza che cambia una persona nel profondo, si può imparare la capacità di guardare l’altro, anche uno sconosciuto, con la tenerezza che nasce quando noi stessi abbiamo prima ricevuto qualcosa da poter donare.

Le immagini viste fino ad ora appartengono a mondi lontani tra loro, ma qualunque sia la condizione in cui ci troviamo a vivere possiamo chiederci quale sia la nostra posizione, con quale atteggiamento viviamo la nostra giornata: o ci difendiamo, evitiamo l’impatto e temiamo l’incontro con l’altro e la realtà, o lasciamo che le incertezze e le nostre vulnerabilità, ciò che non ci torna e ci sembra incomprensibile o magari troppo doloroso apra in noi una domanda, un’attesa. Se attendiamo, se abbiamo qualcosa da chiedere ci accorgiamo che le cose ci parlano. Padre Rupnik, proprio presentando il mosaico “la Tenerezza di Dio”, disse: “quando un uomo è libero da se stesso, Dio gli può parlare”.

Io credo che questo mosaico sia qui perché chiunque, trovandosi di fronte ad esso con una domanda, possa scoprire qualcosa, vedere un po’meglio.

Proviamo ad osservarlo insieme. Cosa vedete? C’è qualcosa che vi colpisce? Proviamo a guardarlo con gli occhi di un bambino, senza pensare ad interpretare l’opera, ma osservando ciò che ci colpisce.

Ad esempio, mio figlio di 3 anni, appena l’ha visto ha commentato così: “la Madonna è triste”. E subito dopo mi ha chiesto: “si sta sposando?” Questo esempio fa capire che ad un bambino è subito evidente che qui la gioia e la tristezza sono entrambe presenti.

Una cosa fondamentale da tenere presente nel guardarlo, è che questo mosaico è nato da un’icona. Si tratta dell’icona della Madonna di Vladimir, che è un modulo misto di due modelli iconografici: la cosiddetta Madonna della strada e la Madonna della tenerezza, dove il bambino con la manina abbraccia la Madonna per farle un gesto di tenerezza.

Pavel Florenskij diceva che l’icona è la porta tra due mondi. Nell’icona lo sfondo oro irradia una luce che non permette di vedere niente di ciò che si trova al di là del confine, tranne quello che da quel mondo si affaccia verso di noi. L’oro rappresenta proprio questa porta che separa il nostro mondo da quello divino ed è come se da quel mondo la Madonna col bambino ci venisse incontro. L’icona dunque non è una rappresentazione (come è il quadro nella cultura occidentale), ma è il luogo di incontro tra due spazi e quindi in qualche modo un luogo di attraversamento: dallo spazio divino verso quello umano. Per questo l’icona non raffigura soltanto, ma permette di incontrare, di trovarsi di fronte ad una presenza. La Madre di Dio di Vladimir esce dallo spazio “di Dio” per ascoltare gli uomini, come ha più volte dimostrato nella storia. Questa icona fu dipinta a Costantinopoli nel XII secolo, poi portata a Vladimir nel 1155. Nel 1395, quando la città di Mosca fu invasa dai mongoli, i cristiani portarono questa Madonna da Vladimir a Mosca e Tamerlano cambiò idea e decise di non invaderla. Fu attribuita alla Madonna di Vladimir la salvezza di Mosca anche durante gli assalti del 1451 e del 1480, quando i soldati tatari che stavano per invadere e bruciare la città decisero di tornare indietro. Pare poi che nel 1941, quando i Tedeschi erano vicini a Mosca, Stalin abbia ordinato che l’immagine fosse posta su un aereo per sorvolare e benedire dall’alto la città assediata dalle truppe di Hitler. Alcuni giorni dopo, l’esercito tedesco iniziò la ritirata…Infine questa icona nei secoli è sopravvissuta a saccheggi ed incendi e ancora oggi è venerata ed invocata dal popolo russo. Sempre Florenskij disse a proposito dell’icona: “Ecco, io guardo l’icona e dico tra me: “È lei stessa”, cioè non la Sua raffigurazione”.

Così, per capire il mosaico di Rupnik non possiamo non tenere presente anche l’icona a cui si è ispirato. In quest’ottica, l’oro dello sfondo è la porta da cui la Madre di Dio ci si fa incontro, per essere presente di fronte a noi che ci passiamo davanti.

Anche altri particolari del mosaico rimandano all’icona. Ad esempio, anche nell’icona il Bambino si appoggia alla Madre facendo leva sul piede destro come se il corpo della madre fosse una scala su cui elevarsi: è un chiaro riferimento all’inno liturgico in cui Maria è paragonata ad una scala che unisce cielo e terra.

Osserviamo ora i colori.

Nella tradizione della Chiesa il rosso indica il divino e la passione, la sofferenza. Il blu indica l’umano. Il bianco lo spirito, la luce.

La Madonna è prima di tutto una donna, umana, oltre che divina: notiamo l’abito blu, lo sguardo triste fino alle lacrime e allo stesso tempo il manto rosso del divino della passione che, Lei sa, attenderà Suo figlio.

Sul Suo volto c’è un velo di tristezza: sa che dovrà soffrire ed è come se dicesse a chi Le sta di fronte: io la vostra, la tua sofferenza, la conosco. Conosco le tue domande, il tuo dolore, perché l’ho vissuto.

Il bambino, colui che sembra il più vulnerabile, rappresenta la via, la salvezza (Sua madre Lo indica): porta Lui il manto della Madre. Cioè è Lui a sostenere il dolore della Madre. Lui le asciuga la lacrima e sale per sussurrarLe qualcosa. Cosa Le sussurra? Noi non lo sentiamo, ma possiamo intuirlo da tutto quello che vediamo nel mosaico: i colori, le forme… La Madonna col Bambino sembra essere all’interno di una cornice a forma di mandorla (simbolo di Cristo e della vita eterna) o di un seme, che ricorda il Vangelo di Giovanni: “Se il seme caduto a terra, non muore, rimane solo; se invece muore, produce molto frutto”. Come a dire che il nostro destino non è quello di morire, ma di germogliare e portare frutto. È interessante notare come anche Dostoevskij nei Fratelli Karamazov citi proprio questo versetto del Vangelo, forse un’ipotesi di risposta alla domanda sul dolore di cui tra poco parleremo.

Tornando all’icona, non a caso la parola lik di cui abbiamo parlato prima, ha anche un terzo significato che è proprio quello di icona o volto rappresentato sull’icona. Anche il volto dell’icona, lik, è il vero volto, che emerge quando l’incontro con l’altro è autentico. A questo proposito ci sarebbe ancora molto da dire, ma una domanda mi pare fondamentale: perché il mantello di Maria è così ampio sulla sinistra? Perché o per chi è questo spazio?

A me pare che questo sia lo spazio per noi che ci troviamo di fronte al mosaico. Perché anche noi possiamo entrare, metterci sotto questo mantello come Lei, insieme a Lei, in virtù del fatto che è Suo figlio a portarlo. Ha già portato e preso su di sé tutto il dolore del mondo e per questo porta il mantello anche per noi.

Tuttavia, se possiamo arrivare ad accettare il nostro dolore e la nostra sofferenza, rimane aperta la domanda sul perché del dolore innocente. Dostoevskij pone nei Fratelli Karamàzov questa domanda eterna che accomuna tutti gli uomini.

La risposta del Papa, che ama molto Dostoevskij, alla questa domanda sul perché Dio permetta tanta sofferenza ai più piccoli, è semplice e stupefacente. In più occasioni il Papa ha risposto così: io non lo so, ma guardo Cristo sulla Croce. Lui ha offerto la Sua vita perché portasse frutto, così che possiamo farlo anche noi. In un’epoca in cui spesso sembra che il massimo dello sviluppo sia raggiunto grazie alle tecnologie, il Papa parla invece di “rivoluzione della tenerezza”. “Il Dio grande che si fa piccolo e nella sua piccolezza non smette di essere grande. È in questa dialettica grande-piccolo che c’è la tenerezza di Dio.” Sempre Papa Francesco dice “la tenerezza è l’amore che si fa vicino, concreto, è un movimento che parte dal cuore e arriva agli occhi, alle orecchie, alle mani”, come abbiamo visto nelle donne ugandesi. E ancora: “tenerezza è usare occhi per vedere l’altro, usare le orecchie per sentire l’altro”. Dio è tenero perché non risponde al nostro perché sul male con una teoria, ma diventando nostro compagno di strada (non a caso la parola “compassione” significa patire con) affinché noi, che abbiamo ricevuto la tenerezza di Dio fattosi bambino, possiamo metterci insieme a Maria sotto questo mantello come figli e così a nostra volta potremo diventare padri e donare la tenerezza ricevuta a coloro che incontriamo. Se di fronte al mosaico e in ogni circostanza della vita accetteremo di non difenderci e di essere parte di questo dialogo, di questo incontro tra due mondi e di questa rivoluzione della tenerezza, scopriremo il nostro vero volto e contribuiremo a costruire una società davvero smart.

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