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Francesco

Quel che ho imparato e imparo ogni giorno, dopo ogni seduta di terapia al Gemelli ART, è che la storia di un paziente oncologico è – pur nella diversità dei casi – la storia di una persona che si trova a un certo punto della sua vita a doversi dare ad altre persone. Non è un’esperienza che si può avere la pretesa di attraversare da soli.
Il tumore è una malattia cruda, che ti mette di fronte a momenti duri, spietati. Con il tumore l’unica strategia è fare gioco di squadra: non ci si può limitare a essere “solo” un paziente, delegando tutto al medico, o alle macchine. Bisogna imparare a essere parte attiva, a vedere sempre il bicchiere comunque mezzo pieno: per questo è importante trovarsi di fronte a professionisti e a una struttura che ti trasmettono serietà, sicurezza, e scienza.
Ecco perché, prima e più di tutto, quel che fa la differenza qui sono la sensibilità e l’atteggiamento delle persone cui ti affidi. La loro profondità umana. Una predisposizione che non deve essere fraintesa: non è mai buonismo o commiserazione – anche perché quando si è troppo buoni e dolci, poi la dura realtà fa più male – ma è l’espressione umana di una capacità e di una competenza scientifica che percepisci sin dal primo incontro. Io mi sono sentito preso per mano, con rispetto e delicatezza ma anche con decisione, e accompagnato nel mio cammino.

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